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Capitolo 1

Il problema con la propaganda moderna

Quando senti la parola “propaganda” pensi probabilmente a qualcosa di grossolano. Manifesti di regime. Altoparlanti in piazza. Giornali di Stato che lodano il leader. Roba del Novecento. Roba riconoscibile.

Questo è esattamente il problema.

“Il messaggio più efficace è quello che il destinatario crede di aver elaborato autonomamente.”

La propaganda moderna non somiglia a quella del Novecento. Non ha bisogno di sembrare propaganda, perché ha imparato qualcosa di fondamentale: il messaggio più efficace è quello che il destinatario crede di aver elaborato autonomamente.

Un cittadino che riceve un ordine dall’alto può resistere. Un cittadino che arriva da solo alla conclusione che il potere vuole che raggiunga è disarmato. Non ha difese, perché non sa di essere sotto attacco.

Questo documento ti spiega come funziona quel sistema. Non in astratto — con meccanismi specifici, nomi, strutture, tecniche documentate. L’obiettivo non è farti diventare paranoico. È farti diventare consapevole.

Perché la consapevolezza è l’unica difesa reale. E la consapevolezza si costruisce solo con lo studio.

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Capitolo 2

Le basi: cos’è davvero la propaganda

Il termine “propaganda” ha una storia precisa. Nasce nel XVII secolo dalla Chiesa cattolica — Congregatio de Propaganda Fide, la congregazione per la propagazione della fede. Non aveva connotazione negativa: significava semplicemente la diffusione organizzata di un messaggio.

Nel XX secolo il significato si è caricato di valenza negativa, associandosi ai regimi totalitari. Ma questa associazione ha prodotto un effetto collaterale pericoloso: ha fatto credere alle democrazie occidentali di essere immuni dalla propaganda, perché la propaganda “vera” era roba da dittatori.

Il politologo Harold Lasswell, uno dei fondatori della scienza della comunicazione politica, definiva la propaganda come “la gestione delle opinioni collettive attraverso la manipolazione dei simboli significativi”. Niente in quella definizione richiede un regime autoritario. Richiede solo qualcuno con interesse a gestire le opinioni altrui, e gli strumenti per farlo.

“La propaganda moderna è più efficace nelle democrazie che nelle dittature, proprio perché il cittadino democratico è convinto di essere libero di pensare.” — Jacques Ellul, Propagandes (1962)

Il filosofo Jacques Ellul, nel suo fondamentale “Propagandes” del 1962, andava ancora più in profondità: sosteneva che la propaganda moderna è più efficace nelle democrazie che nelle dittature, proprio perché il cittadino democratico è convinto di essere libero di pensare. Quella convinzione abbassa completamente le difese.

Ellul identificava una distinzione cruciale che vale la pena memorizzare: propaganda di agitazione — quella che spinge all’azione immediata, all’emozione, alla mobilitazione — e propaganda di integrazione — quella lenta, strutturale, che plasma nel tempo la visione del mondo, i valori considerati normali, i confini del pensiero accettabile.

La prima è rumorosa e riconoscibile. La seconda è silenziosa e invisibile. Ed è quella che ci interessa.

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Capitolo 3

La fabbrica del consenso

Nel 1988 il linguista Noam Chomsky e l’economista Edward Herman pubblicarono “Manufacturing Consent” — in italiano “La fabbrica del consenso”. È uno dei testi più importanti del XX secolo per capire come funziona l’informazione nelle democrazie liberali.

La loro tesi centrale: i media mainstream non sono controllati direttamente dal potere politico, ma sono strutturalmente allineati con gli interessi del potere economico e istituzionale. Non perché ci siano direttive esplicite, ma perché il sistema seleziona naturalmente chi entra e chi rimane — e filtra i contenuti attraverso quello che Chomsky e Herman chiamano cinque filtri.

Primo filtro: la proprietà. I grandi media appartengono a grandi corporation o a individui con interessi economici consolidati. Un giornale di proprietà di un conglomerato industriale non farà inchieste aggressive sui conglomerati industriali — non per censura esplicita, ma per selezione naturale dei giornalisti e delle linee editoriali.

Secondo filtro: la pubblicità. I media dipendono dagli introiti pubblicitari. Gli inserzionisti sono corporation. Un media che danneggia sistematicamente gli interessi degli inserzionisti perde entrate. Questo crea una pressione strutturale — non una censura esplicita, ma un confine implicito che tutti imparano a non attraversare.

Terzo filtro: le fonti. I giornalisti dipendono dall’accesso alle fonti — governi, aziende, esperti istituzionali. Chi perde quell’accesso perde la capacità di fare notizia. Questo crea un rapporto di dipendenza che incentiva l’autoregolamentazione.

Quarto filtro: il flak. Quando un media produce contenuti sgraditi al potere, arrivano reazioni organizzate — lettere, campagne, pressioni legali, ritiro di accreditamenti. Questo meccanismo disciplina i media nel tempo.

Quinto filtro: originariamente era l’anticomunismo come ideologia di controllo. Chomsky e Herman lo aggiornerebbero oggi con qualcosa di più ampio: il consenso ideologico su certi valori fondamentali — liberalismo di mercato, atlantismo, ordine istituzionale — che definisce i confini del pensiero legittimo.

“Il risultato non è un sistema di censura. È un sistema di selezione.” — Chomsky & Herman, La fabbrica del consenso

Il risultato non è un sistema di censura. È un sistema di selezione — che produce un’informazione strutturalmente incapace di mettere in discussione le fondamenta del potere che la ospita.

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Capitolo 4

Le tecniche: come si costruisce il consenso

Passiamo dalle strutture alle tecniche. Questi sono gli strumenti concreti che i sistemi di gestione del consenso usano quotidianamente. Imparare a riconoscerli è il primo passo per difendersi.

Agenda setting. I media non ti dicono cosa pensare — ti dicono a cosa pensare. La scelta di quali storie coprire, con quale enfasi, per quanto tempo, è già una forma di potere enorme. Un problema che non appare sui media non esiste nell’agenda pubblica, indipendentemente dalla sua rilevanza reale. Chiediti sempre: cosa non viene coperto? E perché?

Framing. Lo stesso evento può essere raccontato in modi radicalmente diversi a seconda della cornice interpretativa scelta. “Proteste contro il governo” o “disordini fomentati da estremisti” — stesso evento, due frame, due realtà percepite diverse. Il frame non è nel fatto — è nella scelta di come presentarlo. Allenati a chiederti: come sarebbe raccontata questa storia da una prospettiva diversa?

Overton window. Il politologo Joseph Overton teorizzò che in ogni momento storico esiste una finestra di opinioni considerate accettabili nel dibattito pubblico. Posizioni fuori da quella finestra vengono automaticamente etichettate come estreme, irresponsabili, o pericolose — senza bisogno di confutarle nel merito. Il potere gestisce quella finestra, spostandola nel tempo attraverso un’esposizione graduata delle idee.

Gatekeeper e fact-checker. Nelle democrazie moderne il controllo dell’informazione non passa più solo dai media tradizionali — passa anche da strutture presentate come neutrali e autorevoli: fact-checker, think tank, commissioni di esperti. Queste strutture decidono cosa è vero e cosa è disinformazione. La domanda da fare sempre è: chi finanzia questi gatekeeper? La risposta è spesso illuminante.

Shock and distraction. Il ciclo mediatico accelerato produce un effetto preciso: le notizie si susseguono così rapidamente che nessuna viene elaborata in profondità. Ogni crisi viene sostituita dalla successiva prima che il pubblico possa arrivare a conclusioni autonome. Questo mantiene la popolazione in uno stato di reattività emotiva permanente — incapace di analisi strutturale, sempre occupata a reagire all’emergenza del giorno.

Linguaggio e ridefinizione dei termini. Il controllo del linguaggio è controllo del pensiero. Parole come “disinformazione”, “complottismo”, “populismo” vengono usate non per descrivere fenomeni precisi, ma per etichettare e screditare posizioni scomode senza doverle confutare nel merito.

“Quando senti queste etichette usate come argomento — senza analisi del contenuto — stai assistendo a una tecnica di chiusura del dibattito.”
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Capitolo 5

La propaganda per procura: il modello europeo

Fin qui abbiamo parlato di meccanismi generali. Ora entriamo nel concreto — in un sistema documentato, tracciato, quantificato.

Il giornalista e ricercatore italiano Thomas Fazi ha pubblicato tra il 2024 e il 2025 una serie di report che analizzano in dettaglio come l’Unione Europea ha costruito nel tempo una struttura capillare di influenza sulla società civile, sui media, sull’università, sul dibattito pubblico europeo.

Non si tratta di ipotesi o interpretazioni. Si tratta di dati ufficiali — bilanci della Commissione Europea, contratti pubblici, documenti programmatici — analizzati e messi in relazione tra loro.

Il meccanismo centrale che Fazi documenta è quello che definisce “propaganda per procura”: invece di fare propaganda direttamente — il che sarebbe politicamente insostenibile in democrazie formalmente liberali — la Commissione Europea finanzia una rete di organizzazioni terze che producono e diffondono messaggi allineati con l’agenda istituzionale, apparendo al pubblico come voci indipendenti della società civile.

Il risultato è un sistema chiuso e autoreferenziale:

  • Le ONG finanziate dall’UE producono studi, rapporti, campagne di comunicazione che supportano le politiche UE
  • I think tank finanziati dall’UE forniscono le basi intellettuali e le raccomandazioni di policy
  • Le università finanziate attraverso programmi dedicati formano i giornalisti e i funzionari pubblici con una visione favorevole all’integrazione europea
  • I media che ricevono fondi per “combattere la disinformazione” applicano standard editoriali allineati con la narrativa istituzionale
  • I fact-checker finanziati decidono cosa è informazione legittima e cosa è disinformazione

Ogni anello della catena appare indipendente. Nessuno mente esplicitamente. Ma il sistema produce una convergenza sistematica di voci che al pubblico sembra pluralismo, mentre è orchestrazione.

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Capitolo 6

I numeri: quello che i documenti dicono

I dati che Fazi ha estratto dai documenti ufficiali della Commissione Europea sono difficili da ignorare.

Il programma CERV — Citizens, Equality, Rights and Values — ha stanziato circa 1,55 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Attraverso questo programma vengono finanziati migliaia di progetti in tutta Europa, gestiti da ONG e organizzazioni della società civile. Il mandato esplicito di molti di questi progetti include la promozione dei “valori europei” e il contrasto alle narrative considerate euroscettiche.

Il programma Jean Monnet, gestito dall’Agenzia Esecutiva per l’Istruzione e la Cultura, distribuisce decine di milioni di euro l’anno alle università di settanta paesi nel mondo. L’obiettivo dichiarato nei documenti ufficiali non è lo studio neutro dell’integrazione europea — è la sua promozione. I docenti finanziati vengono esplicitamente definiti nei documenti della Commissione come “ambasciatori dell’Unione Europea”.

Esistono poi programmi specifici di finanziamento ai media per il cosiddetto “fact-checking” e la lotta alla “disinformazione” — categorie che nei documenti vengono spesso associate a contenuti critici verso le istituzioni europee o verso le politiche ufficiali su temi sensibili come immigrazione, politica estera, o gestione delle crisi.

Il punto non è solo che questi programmi non dovrebbero esistere. Il punto è che vengono presentati all’opinione pubblica come espressioni spontanee della società civile, quando sono strutture finanziate con denaro pubblico per produrre un output comunicativo specifico.

Quando leggi un’analisi di un think tank europeo, quando ascolti un esperto universitario in televisione, quando vedi una campagna di un’ONG sui social — chiederti chi finanzia quella struttura è diventato un esercizio di igiene intellettuale necessario.

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Capitolo 7

Come difendersi: strumenti pratici

La consapevolezza dei meccanismi è necessaria, ma non sufficiente. Serve una pratica quotidiana. Questi sono strumenti concreti per sviluppare un pensiero critico applicato all’informazione.

Segui i soldi. Per qualsiasi organizzazione che produce contenuti informativi — ONG, think tank, media, università — cerca chi la finanzia. Molte di queste informazioni sono pubbliche. Le fondazioni pubblicano i loro donatori. I programmi europei pubblicano i beneficiari. Basta cercare. Questo non significa che l’organizzazione menta automaticamente — significa che hai un’informazione contestuale fondamentale per valutare quello che produce.

Distingui i fatti dalle interpretazioni. In qualsiasi articolo o contenuto informativo, impara a separare i fatti verificabili — date, numeri, dichiarazioni dirette — dal commento interpretativo che li circonda. Spesso il fatto è incontestabile; è il frame che lo circonda a veicolare il messaggio.

Cerca la fonte primaria. Quando leggi “uno studio dice” o “gli esperti affermano”, cerca sempre lo studio originale, la fonte primaria. Il filtro mediatico tra la fonte e il pubblico introduce interpretazioni, omissioni, enfasi che possono cambiare radicalmente il significato. Leggere direttamente i report di Fazi — non un riassunto giornalistico — è esattamente questo.

Pratica la prospettiva multipla. Su qualsiasi argomento importante, cerca attivamente la posizione più articolata e intelligente di chi la pensa diversamente da te. Non la versione caricaturale dell’avversario — la versione migliore del suo argomento. Questo allena il pensiero critico e riduce la vulnerabilità alle narrative univoche.

Gestisci l’esposizione ai cicli di notizie. Il flusso continuo di notizie è strutturalmente incompatibile con l’analisi critica. Ridurre l’esposizione ai titoli e aumentare quella ai testi lunghi, ai libri, ai report — come quelli di Fazi — è una scelta che cambia qualitativamente il modo di elaborare l’informazione.

Diffida delle etichette che sostituiscono gli argomenti. Ogni volta che una posizione viene screditata con un’etichetta — “complottista”, “populista”, “disinformatore” — senza che venga analizzato il merito dell’argomento, stai assistendo a una chiusura del dibattito. L’etichetta non confuta niente. Pretendi sempre che l’argomento venga affrontato nel merito.

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Capitolo 8

Il nodo finale: la moneta come radice del controllo

Abbiamo parlato di propaganda, di consenso, di strutture di influenza. Ma c’è una domanda che rimane aperta: perché tutto questo esiste? Qual è l’interesse profondo che muove queste strutture?

La risposta, se si scava abbastanza, porta sempre allo stesso posto: il controllo delle risorse. E nel mondo moderno, il controllo delle risorse passa prima di tutto attraverso il controllo della moneta.

Un sistema di banche centrali che può creare moneta dal nulla ha bisogno di consenso per farlo. Ha bisogno che la popolazione accetti che questo sia normale, necessario, inevitabile. Ha bisogno che le alternative vengano presentate come pericolose, irresponsabili, o semplicemente impensabili.

La gestione del consenso che abbiamo descritto in questo documento non è separata dal sistema monetario — ne è il braccio culturale. La propaganda che mantiene le persone distratte, divise su nemici simbolici, incapaci di analisi strutturale, serve precisamente a impedire che la massa critica della popolazione comprenda dove risiede il potere reale.

“Chi controlla la moneta controlla i prezzi, i salari, i risparmi, il debito. Chi controlla la narrativa si assicura che nessuno faccia domande su chi controlla la moneta.”

Questi due sistemi di controllo — monetario e narrativo — si sostengono reciprocamente. Capirli separatamente è utile. Capirli insieme è necessario.

Se vuoi approfondire la dimensione monetaria di questo sistema — come funziona il denaro fiat, perché l’inflazione è una forma di tassazione silenziosa, e perché Bitcoin rappresenta una risposta strutturale a questo problema — trovi un approfondimento dedicato in questa stessa piattaforma: Come liberarsi dal Potere. Se vuoi invece un supporto personalizzato per costruire la tua sovranità finanziaria, trovi i miei contatti nella sezione consulenze.

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Capitolo 9

I report di Thomas Fazi: dove trovarli

Thomas Fazi è un giornalista e ricercatore italiano, collaboratore di diverse testate internazionali, autore di libri sulla governance europea e sulla crisi della sinistra. Il suo lavoro sulle strutture di influenza dell’Unione Europea è documentato, rigoroso, e completamente pubblico.

Questi sono i suoi report principali sull’argomento, con i link per leggerli direttamente nella versione originale:

“The EU’s Propaganda Machine”

Il report più completo sulla struttura di finanziamento della società civile da parte della Commissione Europea. Analizza il programma CERV, le ONG finanziate, i meccanismi contrattuali, e il rapporto tra finanziamento e allineamento narrativo.

Pubblicato su Compact Magazine / disponibile su Substack di Thomas Fazi:

↗ thomasfazi.substack.com
“The Jean Monnet Propaganda Network”

Analisi specifica del programma Jean Monnet e del sistema di finanziamento alle università. Documenta come i fondi europei vengano usati per formare una classe accademica strutturalmente favorevole all’integrazione europea, definita nei documenti ufficiali come “ambasciatori dell’UE”.

↗ thomasfazi.substack.com
Report sul finanziamento europeo ai media e al fact-checking

Analisi delle strutture di finanziamento ai media europei attraverso programmi dedicati alla “lotta alla disinformazione”, con documentazione dei criteri di selezione e dei potenziali conflitti di interesse.

↗ thomasfazi.substack.com

Nota: ti consiglio di iscriverti direttamente al Substack di Fazi per seguire i suoi aggiornamenti. I report sono gratuiti e disponibili nella versione integrale in inglese. Vale la pena leggerli direttamente — non affidarti a riassunti di terzi.

📚 Letture consigliate
  • Noam Chomsky & Edward HermanLa fabbrica del consenso (Manufacturing Consent, 1988)
  • Jacques EllulPropagandes (1962) — difficile da trovare in italiano, esistono edizioni in inglese
  • Walter LippmannPublic Opinion (1922) — il testo fondativo sulla gestione del consenso nelle democrazie moderne
  • Thomas Fazi & William MitchellReclaiming the State — sulla sovranità politica ed economica nell’era della governance tecnocratica
  • Thomas Fazi — Report su Substack: thomasfazi.substack.com